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2. Eduard von Hartmann
Le illusioni del genere umano
A cura di Giuseppe Invernizzi
ISBN 978-88-89579-81-7, p. 164, € 15,00.
2006, formato 14 x 21 cm
 

Pubblicando nel 1869 Filosofia dell'inconscio, il ventisettenne Eduard von Hartmann divenne da un giorno all'altro una celebrità: l'opera si trovò subito al centro di accese discussioni, fu più volte riedita (dieci edizioni fino al 1890) e prima della fine del secolo tradotta nelle principali lingue europee.
Nell'opera il giovane filosofo tenta di integrare fra loro il pensiero di Hegel e Schopenhauer, secondo una prospettiva già prefigurata dalla filosofia dell'ultimo Schelling.
Hartmann rileva, con Schopenhauer, che a fondamento della realtà si debba porre un principio irrazionale, ma nello stesso tempo riconosce che un puro principio irrazionale non può essere sufficiente per spiegare la realtà: e qui si diffonde in una puntuale indicazione delle difficoltà che presenta il sistema del filosofo di Francoforte. Il maestro Schopenhauer va superato, e proprio mediante il filosofo che egli ha più coperto d'insulti: Hegel. Accanto alla irrazionale volontà schopenhaueriana va posto un elemento razionale – si chiami idea, rappresentazione, o quant'altro – che non deve servire, come in Hegel, a razionalizzare il reale, e quindi la Storia, ma a porre fine alla Storia medesima.
Schopenhauer, corretto da Hegel, ci dà la vera soluzione per i mali dell'Essere, che non risiede nell'ascesi mistica, ma nell'estinzione definitiva dell'irrazionale principio di ogni fenomeno vivente.
«La filosofia cerca la verità senza remore e senza preoccuparsi se ciò che scopre è gradito o meno al giudizio proprio del sentimento e prigioniero dell'illusione dell'istinto. La filosofia è dura, fredda e insensibile come la pietra; librandosi nell'etere del pensiero puro tende alla gelida conoscenza dell'esistente, delle sue cause e della sua essenza».

Eduard von Hartmann (1842-1906), filosofo tedesco. Opere principali: La filosofia dell'inconscio (1869); Fenomenologia della coscienza morale (1893); La religione dell'avvenire (1894); La psicologia moderna (1901).
 

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1. Giuseppe Rensi
La morale come pazzia
Introduzione e cura di Aniello Montano,
ISBN 978-88-89579-80-0, p. 136, € 12,00.
2006, formato 14 x 21 cm
 

Dopo una serrata critica al razionalismo morale, all’intellettualismo etico e alla morale utilitaristica, Rensi giunge da un lato alla conclusione che il tentativo di fondare una morale universalmente valida è destinato a fallire miseramente, dall’altro che l’unica motivazione che possiamo accordare all’agire morale è l’assenza di ragione, ovverosia, la pazzia, nel significato platonico di demone socratico interiore che ci spinge ad operare il bene. «Se immolarsi per una causa politica o religiosa sia utile o dannoso, non so, né lo potrò mai sapere; se agire come agirono Socrate, Budda, S. Francesco, sia azione eccelsa o stupidaggine, non so. Essi stessi non sanno, non hanno la prova inconfutabile e matematica che la loro condotta sia veramente morale e non assurda, eppure rischiano».


Giuseppe Rensi nacque a Villafranca di Verona il 31 maggio 1871. Laureato in giurisprudenza, esercitò la professione di avvocato e si impegnò nella vita politica e nel giornalismo. Collaboratore di giornali socialisti fu colpito dalle misure repressive che seguirono i moti del 1898 a Milano. Riparò in Svizzera, nel Canton Ticino, dove soggiornò fino al 1908. Ritornato in Italia su sollecitazione di esponenti socialisti, come Leonida Bissolati e Anna Kuliscioff, riprese l'attività di avvocato e di pubblicista. Nel 1911 conseguì la libera docenza in filosofia morale presso l'Università di Bologna. Ha insegnato nelle università di Ferrara, Firenze, Messina e infine a Genova a partire dal 1918. Nel 1917 uscì dal Partito insieme a Bissolati. A fronte della bolscevizzazione del socialismo italiano a seguito della rivoluzione d'ottobre, assunse una posizione di ferma denuncia del demagogismo imperante.
Nel primo dopoguerra, di fronte allo sfascio del Paese, sembrò confidare nelle promesse di riordino della società provenienti dal fascismo italiano. Ne denunciò, però, la pericolosità già nel 1921, appena si accorse della piega violenta che veniva assumendo la politica mussoliniana. Da allora fu tenace oppositore del regime, tanto che nel 1927 fu sospeso dall'insegnamento. Reintegrato, continuò ad insegnare fino al 1930, quando fu arrestato insieme alla moglie con l'accusa di cospirazione politica contro il fascismo. Liberato su pressione di intellettuali italiani e stranieri, fu privato definitivamente della cattedra nel 1934. Morì a Genova il 14 febbraio del 1941. Essendogli stati negati funerali pubblici, fu sepolto quasi clandestinamente nel cimitero di Staglieno, mentre la flotta inglese bombardava la città.

 

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