Cesare Cases, «The whole man». Ritratto di Lichtenberg

Recensione di Michele Sisto, pubblicata il 28 settembre 2018 da germanistica.net

Illuminista tra i più avvertiti delle potenziali involuzioni dialettiche dell’illuminismo, Lichtenberg è uno degli autori frequentati da Cesare Cases fin da ragazzo, quando pensa di tradurne i saggi sulla fisiognomica. È quasi certamente su suo consiglio che nel 1966 l’Einaudi pubblica Osservazioni e pensieri, una selezione curata da Nello Sàito dei Sudelbücher. E quando nel ’68 è finalmente chiamato come professore ordinario di letteratura tedesca, a Pavia, sceglie di dedicare la sua prolusione a questo cattedratico assai poco accademico, scienziato e polemista, pioniere delle ricerche sull’elettricità e redattore di vendutissimi e battaglieri almanacchi. Seguono poi la recensione, bonariamente severa, al volume di Anacleto Verrecchia L’eretico dello spirito tedesco (1970, su «Belfagor»), e gli studi La devozione mattutina di Amintore (1972) e Goethe e Lichtenberg, ovvero massima e aforisma (1986). Ora Giulia Cantarutti cura la ristampa della prolusione pavese e la traduzione – con testo a fronte – della cosiddetta «piccola fisiognomica», uno dei tre testi in cui, nel corso del 1778, Lichtenberg polemizza contro le teorie di Lavater: due libretti che si leggono in un sol fiato.

«The whole man must move together» era il motto dello «Spectator», annotato più volte da Lichtenberg nei Sudelbücher e fondamentale per tutta la linea illuministica più cara a Cases, che va da Lessing e Goethe a Hebel e Seume, fino a includere i «fari» novecenteschi Kraus e Brecht. Proprio una citazione goethiana, riportata da Cases in apertura, ne rivela il senso profondo: «Tutto ciò che l’uomo imprende a compiere, sia prodotto mediante l’azione o la parola o altro, deve scaturire da tutte le forze riunite; ogni elemento isolato è da respingere». Sulla base di questo principio Lichtenberg combatte «l’idea estremamente sconsiderata e annichilente» – diffusa dal devotissimo ed esaltato Lavater e accolta da un pubblico straordinariamente irriguardoso di ogni «esperienza» – «che l’anima più bella abiti il corpo più bello e l’anima più brutta il corpo più brutto». Non mette conto, oggi, ripercorrere gli argomenti con cui questo scienziato sperimentale confuta una pseudoscienza tutta ideologica (basti una battuta: con la stessa logica si potrebbe dire «che l’anima più grande abiti il corpo più grande e quella più sana il corpo più sano»). Ciò che oggi mantiene intatta la sua attualità è l’umanesimo integrale che consente a Lichtenberg di scorgere immediatamente le derive di un razionalismo astratto che rischia di rovesciarsi nel suo contrario, in un determinismo irrazionale e disumano: «L’uomo non si riconosce dalle sue fattezze, ma dalle sue opere», chiosa Cases richiamando Hegel.

Ma la sua complicità con Lichtenberg va ben oltre la condivisione di principi e bersagli. Si manifesta in primo luogo in una scrittura che ha il suo secolo d’oro nel Settecento, e di cui lo scienziato di Gottinga è un maestro: una scrittura nella quale, osserva Cantarutti, «la profondità si nasconde alla superficie» e dunque «la levità dell’impianto è costitutiva». Grazie a un tono conversevole che passa con spigliatezza dall’affresco storico-filosofico al dettaglio più quotidiano, Cases si accosta a Lichtenberg non da professore ma da «uomo intero», e ce ne consegna un ritratto non solo di scienziato e scrittore, ma di «uomo intero». Così, rifiutando si separare nella forma ciò che è unito nella realtà, la lezione di circostanza diventa una lezione di stile, consegnandoci l’antidoto più efficace al razionalismo astratto.

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