Napoli viceregno spagnolo

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79,05 € 93,00 €
Una capitale della cultura alle origini dell'Europa moderna (sec. XVI-XVII)
Autori vari
a cura di Monika Bosse e André Stoll
ISBN 978-88-6542-222-9
Pagine: 872
Anno: 2013
Formato: 15 x 21 cm
Supporto: Due volumi cartacei indivisibili

A differenza dei cinquant’anni del regno della dinastia aragonese, alla quale l’Umanesimo europeo deve la fondazione dell’Accademia Pontaniana, i due secoli in cui Napoli fu sottoposta al dominio dei viceré spagnoli (1503-1707) non hanno trovato un’adeguata considerazione da parte delle discipline moderne.

La mancanza di una valutazione obiettiva dei contributi culturali che Napoli apportò all’Europa è dovuta, probabilmente, alla molteplicità e complessità delle attività intellettuali, culturali e scientifiche allora presenti nel Mezzogiorno d’Italia.

Se è vero che tutto quel periodo fu teatro di violenti antagonismi tra la volontà di affermazione della città partenopea e il desiderio di potere assolutistico della monarchia degli Asburgo, ben presto la città più popolosa del Mediterraneo si trasformò in un centro così fiorente di attività filosofica, scientifica, letteraria ed artistica che, nei momenti gloriosi del Siglo de Oro, superò, per la sua capacità d’attrarre gli spiriti più creativi dell’impero spagnolo, la corte di Madrid.

Così, partendo dalle ricerche originali di Benedetto Croce e ripercorrendo il dibattito scaturito dagli studi di Fernand Braudel, una trentina di ricercatori europei, rappresentanti di diverse discipline – storia politica e sociale, filosofia, botanica, fisica, scienze letterarie, linguistica, storia dell’arte e della musica – si sono impegnati, in un dibattito organizzato dal Zentrum für Interdisziplinäre Forschung dell’Università di Bielefeld e dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, a chiarire la densa rete di interazioni e interdipendenze tra la potenza straniera e le forze vive della civiltà napoletana di quell’epoca.

Attraverso le loro molteplici analisi della Napoli vicereale oggi s’intravedono le specifiche condizioni d’esistenza e organizzazione di una delle prime capitali genuinamente interculturali dell’Europa moderna.

 

I due secoli del Viceregno spagnolo non videro soltanto l’epopea della ascesa e del declino della monarchia imperiale di Spagna, ma anche le drammatiche vicende della sostituzione dell’Umanesimo rinascimentale con la violenza estetica e morale del barocco trionfante. Ogni momento importante dell’interazione ispano-napoletana di questo periodo si svolge tra questi poli estremi di tensione e di attrazione reciproca. Così, al trasferirsi nell’ambito della Spagna controriformista, i grandi miti fondatori della nuova civiltà partenopea come quello dell’Arcadia reinventata dal Sannazaro, subiscono incisivi mutamenti nei loro codici affettivi e morali.

Ai tentativi di «universalizzazione» della lingua castigliana fa da contrappeso la popolarità, confermata anche all’estero, della letteratura in lingua napoletana, mentre le sontuose feste e i grandi spettacoli musicali dedicati alla sirena Partenope, con le famose compagnie teatrali di Madrid ospitate dalla corte vicereale, contribuiscono ancor più allo splendore della civiltà napoletana.

D’altra parte, l’Accademia degli Oziosi fondata dal viceré Conte di Lemos, che riunisce i nomi più illustri dell’élite politica, intellettuale e artistica napoletana, rimane per alcuni dei grandi rappresentanti delSiglo de Oro come Góngora e Cervantes, un sogno mai realizzato di un moderno Parnaso.

La città della Sirena appare come terra di elezione, non solo ai numerosi stranieri ammiratori delle sue bellezze naturali, ma anche ai suoi poeti come Torquato Tasso e Giambattista Marino fuggiti dal soffocante controllo inquisitoriale. Mentre i coraggiosi filosofi oppositori di questo sistema di repressione ideologica, come Tommaso Campanella, ispirano all’estero progetti di radicale riforma sociale ed economica, la fama internazionale di Napoli è dovuta in gran parte anche al suo ruolo di laboratorio di avanguardia delle arti figurative: dal pittore di origine valenzana Jusepe de Ribera, da Caravaggio e Artemisia fino a Massimo Stanzione e Luca Giordano, i protagonisti dell’arte barocca trovarono ospitalità in questa capitale della cultura alle origini dell’Europa moderna.

 

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